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| Paura di guarire |
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Grazie infinite Cara ragazza, la tua questione è una delle questioni fondamentali dell'esistenza: l'angoscia per il cambiamento. Il primo cambiamento lo subiamo quando veniamo catapultati in questo mondo violentemente e all'improvviso, a partire da un idillio simbiotico quale quello della pancia di nostra madre. In questo mondo cerchiamo soluzioni creative per sopravvivere, e per quanto siano vitali, certe soluzioni lasciano segni pesanti.
Probabilmente, l'illuione di cui parli è stata la tua soluzione. Ha avuto 'impotanza di farti crescere alla meno peggio, e ora che ha avuto il suo tempo e che non ti è più utile, anzi è un ostacolo, vuoi trovare altre soluzioni, e sono proprio quelle che stai cercando, trovando, prossime, ad un passo.
Ma la paura di ciò che ci aspetta è sempre una potente forza contraria e oppositiva. Quando veniamo al mondo siamo fisicamente pronti per uscire e inadeguati per restare, se restassimo lì moriremmo. Ci aspetta la vita fuori, il mondo pieno di odori, colori, sapori. Eppure la prima sensazione che avremo sarà di soffocamento, perché non sappiamo ancora respirare.
Sai cosa accade a tanti miei pazienti che stanno per accedere a verità proprie sotterrate? o peggiorano, o si ammalano, o mollano per settimane rifugiandosi in motivazioni quasi sempre apparentemente inevitabili e improrogabili. Poi ritornano, un po' regrediti (in superficie, momentaneamente, come per mettere una pausa) oppure più preparati al passaggio. Spesso niente di tutto questo è consapevole. Lo diventerà.
Tu sembri cosciente di ciò che tai vivendo. Addirittura fin troppo, attenta a non farlo diventare un materasso, una risposta intellettuale alla tua paura. La paura ha dei tempi estremamente soggettivi, e non c'è un ritmo giusto. Ciò in cui ora devi lavorare è l'angoscia che stai vivendo; devi viverla, appropriartene, conoscerla, capire dove ti porta. Devi guardarla in faccia in tutto il suo aspetto terribile. Non guardare a ciò che immagini oltre il tuo dolore, ma raccogli le forse per stare a galla nel dolore stesso. Per superre un mare in tempesta non basta sognare la riva, bisogna anche cercare di stare a galla e trovare soluzioni concrete, innanzitutto accettare di essere in pericolo.Se i farmaci adesso possono aiutarti a trovare un tuo ritmo, piano piano toglili e prova ad affrontare il mostro che ti dà la sensazione di divorarti, E' quello l'ostacolo peggiore, superato il quale saprai che non ti uccide e non ti ucciderà mai più. Se non lo affronti per quello che è, ti farà sempre orrore.
E' di questo che devi parlare inpsicoterapia. La terapia inizia a finire quando diventiamo capaci non solo di parlare della nostra storia e della nostra vita, ma anche e soprattutto dell'inferno che ci attraversa facendolo, prendendo contatto con le nostre verità: ovvero parlando della difficoltà stessa del metterci in gioco, del conoscerci, del cambiare e andare verso ciò che desideriamo veramente, al di là delle ripetizioni automatiche e nevrotiche a cui siamo abituati e morbosamente legati.
Con questo, cara C., ti dico che sei sulla strada giusta. Quando dopo tanta terapia finamente un mio paziente arriva da me triste e spaventato, penso: "...ci siamo".
In bocca al lupo e al diavolo.
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Tu sembri cosciente di ciò che tai vivendo. Addirittura fin troppo, attenta a non farlo diventare un materasso, una risposta intellettuale alla tua paura. La paura ha dei tempi estremamente soggettivi, e non c'è un ritmo giusto. Ciò in cui ora devi lavorare è l'angoscia che stai vivendo; devi viverla, appropriartene, conoscerla, capire dove ti porta. Devi guardarla in faccia in tutto il suo aspetto terribile. Non guardare a ciò che immagini oltre il tuo dolore, ma raccogli le forse per stare a galla nel dolore stesso. Per superre un mare in tempesta non basta sognare la riva, bisogna anche cercare di stare a galla e trovare soluzioni concrete, innanzitutto accettare di essere in pericolo.