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La nostra Ade PDF Stampa E-mail

Ognuno ha dentro di sé la propria Ade, il mondo sommerso dell’oscurità, dell’inconscio. In termini psicologici, Ade è l’inferno della nostra parte nascosta, il luogo misterioso di noi stessi, l’ombra: invisibile, inaccessibile alla conoscenza, forse mostruosa e comunque innominabile, inavvicinabile.

Senza volerlo, la preserviamo gelosamente: essenza profonda della nostra esistenza, luogo assoluto della nostra verità, è  un nucleo vulnerabile, appetibile ai predatori, prezioso.

 

I devoti temevano di nominare il dio degli inferi con il suo nome. E’ il terrore archetipico di guardare dentro i nostri abissi, al punto da non nominarlo, da non pensarci. L’inferno è misterioso e pericoloso, pieno di ricchezze intoccabili, forse mortali. Innominabile, inconcepibile nella sua natura profonda, irraggiungibile per il pensiero, sfuggente al simbolo.

 

Ade è il gemello oscuro e potente di Zeus, che rappresenta la legge immutabile dell’ineffabile. Zeus è il simulacro della legge fallibile, discutibile, emblema del diritto inteso come legge degli uomini. Ade è la verità della morte che nasce insieme alla vita. La legge divina della natura che si oppone alla legge degli uomini, simbolica; la legge divina non conosce simboli, ma verità profonde (6). Ogni cosa vivente porta il seme della morte, ineluttabilmente.

Ade non impone una morale (principio maschile, patriarcale) agli uomini; non è interessato a punire gli uomini che commettono peccati contro altri uomini o legati ad istinti o desideri. Lui stesso è un rapitore ed uno sfruttatore, che abita il regno della passione e della lascìvia. Egli incarna il materno, e punisce chi non rispetta le leggi divine della natura, ovvero chi tradisce se stesso e la sua verità profonda. Quanto più l’individuo si allontanerà da se stesso, tanto più la sua anima sarà perseguitata.

 

Ade non può essere percepito né pensato: egli “è”, presente nell’esistenza come qualcosa di dato, ma nascosto, interno. E’ la verità assoluta di noi stessi che non può essere percepita perché non può essere simbolizzata, resa pensiero né parola. E’ un’immagine vaga, fluttuante, evanescente ed oscura e tuttavia intrinseca all’esistenza, connaturata all’essere.

 

E’ un regno oscuro, eppure pieno di ricchezze inesauribili. E’ un mondo potente, accogliente e prezioso: la fonte di ciò che di più prezioso c’è nel mondo. Originariamente, era un regno ancestralmente matriarcale, dove la morte è la naturale continuazione della vita e la giusta trasformazione dell’energia; si oppone alla visione patriarcale della morte come evento nefasto provocato da Satana e dal male.

Col tempo e con il susseguirsi delle ere, si diede molto più spazio a Zeus, relegando l’Ade a regno oscuro sotterraneo del male e del terrore, dimenticandone gli aspetti ricchi e floridi.

La verità di noi stessi è terrificante, misteriosa. Eppure è il nostro pozzo vitale. Ade non è un dio malevolo, anzi nella sua severità e crudezza è la risposta all’essenza dell’esistenza, che non è barattabile con nessuna possibilità. La verità è una, inequivocabile: è questa la severa intransigenza di Plutone.

Di fronte alla verità non ci è possibile restare nel regno del simbolo e della luce, essa è sotterranea, inaccessibile, e vederla segna un non ritorno: al cospetto di Ade, egli sarà crudele e non permetterà il ritorno nella luce. Soltanto i poeti e gli eroi possono avvicinarsi a dialogare con le ombre. L’Ade è la follia, il contatto con i nuclei profondi dell’inconscio e del rimosso, dove non ci sono significanti ma solo significati perforanti. Bion li chiama “oggetti beta”, bizzarri, senza forma, mostruosi nella loro impossibilità di trovare un significato. Il nostro inferno è pieno di non-forme, di emozioni confuse, potenti, aggressive nel loro esplodere all’improvviso, senza significato, senza controllo. Sono spaventose, ma anche affascinanti, seducenti. Vorremmo fuggire dalla verità, ma essa è sempre lì, costante, presente, senza nome, senza soluzione. Una sinfonia di voci confuse, di sensazioni laceranti, che non hanno colore, non hanno nome.

Crediamo che il nostro inferno sia avulso a noi, scotomizzabile, e così diviene il serbatoio delle nostre parti scisse, degli impulsi emotivi soffocati dall’educazione e dalla cultura. Gli “oggetti beta” divengono i residui malefici del peccato e della colpa, i sotterranei della nostra esistenza luminosa e corretta: acquistano un senso, un significato pensabile. Gli inferi non sono più il luogo della verità, della ricchezza non ancora sviluppata, la scintilla divina in contatto con l’essere, ma di ciò che è inaccettabile, orribile.

 

Kore rappresenta la purezza di un’esistenza che non conosce la profondità degli abissi. La sua storia racconta di come sia possibile accedere alla verità e continuare a vivere alla luce.

Ella è ingenua, pura, vergine. Non conosce individualità, essa è pervasa dalla figura materna che le impedisce qualsiasi individuazione. Kore non ha nome,  non è nessuno, se non una fanciulla che sconosce se stessa. Compiacente verso la madre e ignara della sua esistenza autonoma.

La sua vita superficiale viene interrotta da uno stupro, una penetrazione violenta e inaspettata, che la trascina nella realtà sotterranea ed oscura, la camera nera di ciò che era sconosciuto e che la trasformerà, irreversibilmente. Ade la possiede, e con l’amore interrompe la verginale visione del mondo: egli è il principio della trasformazione, l’archetipo del cambiamento e della morte. Muore Kore, nasce Persefone: Kore non tornerà mai più, non esisterà più. Ella ha conosciuto la verità, e questo l’ha resa donna, femmina, consapevole del piacere, dell’amore e del dolore, della morte e della paura, per sempre.

Kore/Persefone non può opporsi: il dio nero accede a lei con violenza, la violenza della vita che si impone all’individuo e lo costringe ad espandersi verso la verità di se stesso. La invade, ed ella dovrà cedere. Lo stupro è violento, arriva incontrollabile, incurante della paura e del dolore. Ma dopo lo stupro, Kore conosce se stessa, e diventa consapevole dell’ombra e del desiderio.

Persefone si allontana dalla madre per diventare adulta. E’ l’archetipo della donna che abbandona il mondo incantato e protetto della fanciullezza per realizzare se stessa.

Regina degli inferi, può tornare dalla madre periodicamente. Conosce il buio e la luce, la morte e la rinascita, l’inverno e la primavera. Essa ora è completa, le sue ombre sono luce e la sua fanciullezza è eterna, anche nell’oscurità. Abita le sue passioni senza perdere la luminosità e la leggerezza della sua anima. Vive nell’equilibrio tra la conoscenza e l’inconoscibile.

 

Ade è il difensore delle leggi di natura. Quando gli uomini si allontanano da esse, egli le vendicherà: quando un individuo  dimentica se stesso, la vita lo porterà a ritrovarsi con la violenza della rivoluzione e della crisi. Chi si perde, dovrà morire per rinascere. Il confronto con il vero Sé può portare alla follia, ma è l’unica strada per rispettare se stessi e non cadere delle ire di Ade: Persefone non fu subito una regina felice, ma attraversò un periodo terribile di forte depressione, che incarnava il dolore della perdita di un mondo incantato, che non sarebbe mai più tornato. La sua guarigione è l’acquisizione del simbolo: ella riuscirà a dare un senso alla sua esperienza, il senso dell’amore e dell’evoluzione.

 

I nostri inferi sono il nostro mondo interno profondo, inaccessibile alla conoscenza. La discesa in esso è dolorosa, terrificante; non vi è garanzia di restarne illesi, eppure è l’unico modo per completare la nostra esistenza in un dasein autentico, integrato.

Plutone è il dio della crisi, e per questo anche del cambiamento, inteso come avvicinamento a Sé.

 


6 Non si intitolavano templi o altari ad Ade. Egli era innominabile.