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Ade: gli Inferi e l'Inconscio PDF Stampa E-mail

Ade: gli Inferi e l'Inconscio

 
 “Tremendo e’ l’abisso dell’Ade e inesorabile la sua discesa: perché chi vi precipita è legge che più non risalga... “ (Anacreonte)

 

 Ade

E’ uno dei tre padroni dell’Universo, a cui spettò il mondo sotterraneo, il regno dei morti. Figlio di Crono e Rea, ricevette questa sovranità in occasione della divisione del mondo con i suoi due fratelli Zeus e Poseidone, a cui spettarono rispettivamente il Cielo e il Mare.

Dio crudele degli inferi, il meno amato degli dei, impietoso, severo, il cui nome significa Invisibile (1). Schivo, trascorre tutto il tempo nel suo regno oscuro, circondato da ombre evanescenti, entità impalpabili che sono immagini di chi era stato vivo. I Ciclopi gli regalarono un elmetto magico che lo rende invisibile, e se ne serve due volte per uscire dal suo regno: una volta perché, ferito, ha bisogno di aiuto; l’altra, per rapire Persefone, che diventerà sua sposa.
Il mito lo vuole misterioso, ripugnante: nei riti sacrificali, coloro che offrono il sacrificio voltano il viso. Egli è inguardabile e innominabile: pochi hanno il coraggio di chiamare il dio degli inferi con il suo nome, per paura di eccitare la sua collera. Per questo lo si designa con eufemismi, come Stygeros, orribile, o Pylartes, dalle porte chiuse.
I sacrifici al dio avvengono soltanto nelle ore notturne, con pecore e tori neri.

Gli dei lo odiano, e gli uomini lo temono. Egl è inflessibile, la sua legge immodificabile. Nessuno dei sudditi potrà mai tornare tra i viventi; chi va nelle tenebre, abbandona per sempre la luce.
non è un dio cattivo né mostruoso, ma la sua implacabile severità lo rende temibile.
Geloso delle sue ricchezze, le conserva nei sotterranei del mondo, lontano dagli sguardi pericolosi e dalle insidie. Chiamato anche Plutone (2), tutte le pietre preziose del suo regno appartengono a lui.

 

La terra ha ricchezze inesauribili, miniere generose quanto nascoste. Paradossalmente, Ade è allo stesso tempo un dio simbolo di terrore e ricchezza: è il simbolo dell’abbondanza, della prolificità, ma le sue ricchezze sono invisibili, irraggiungibili.

La sua natura è contraddittoria, polivalente, ambigua, sacra e distruttiva nello stesso tempo. “Ospitale” è uno dei tanti significati dei  suoi nomignoli; ma la sua ospitalità è oscura, unidirezionale, senza ritorno. Gli inferi possono essere un luogo eterno di benessere, per le anime di uomini virtuosi, ricco di danze, musiche, banchetti e benevolenza; ma tutto è avvolto dalle tenebre, senza uno spiraglio di luce, senza possibilità di ritorno, e sotto il dominio di regole immodificabili (3).

Espressione simbolica della morte, ma anche dell’amore maschile: rapisce Persefone e ne fa la sua sposa. Lei col tempo accetterà il suo amore e lo ricambierà, e riuscirà ad addolcire la sua terribile severità.

Più tardi, verrà considerato un dio benefattore, che distribuisce la ricchezza agricola; ciò sottolinea ulteriormente la polivalenza del suo simbolo.

 

 Persefone

Kore (4), simbolo dell’innocenza e della spensieratezza, fanciulla spensierata e leggera, è figlia di Zeus e Demetra. Madre avviluppante e protettiva, simbolo della maternità, la preserva dalle insidie del mondo e la conserva fanciulla. Afrodite, dea dell’amore, preoccupata e anche stizzita per lo squilibrio che rende Kore troppo pura, ordina a Eros di colpire Ade e farlo innamorare della fanciulla. Un giorno, mentre Kore gioca felice in un prato della Sicilia con le sue amiche vergini, Afrodite le fa comparire davanti uno splendido narciso, fiore del mondo sotterraneo. Nel coglierlo, crea una breccia nel terreno dalla quale arriva Ade, che la rapisce. La trascinerà nel mondo degli inferi, un mondo appassionato pieno di emozioni, sesso, amore, dove Kore perderà la sua verginità e diventerà Persefone (5).

Demetra, disperata, provoca una terribile carestia nel mondo, e costringe Zeus a restituirle la figlia adorata. Ma Persefone, inconsapevole, si nutre di sei grani di melograno, ignara della legge degli inferi, che costringeva chiunque avesse mangiato a restarvi per sempre.

Demetra e Zeus raggiungono un compromesso: Demetra potrà riabbracciare la figlia per tanti mesi quanti sono i semi ingeriti dalla figlia. Persefone cioè potrà ritornare dalla madre per sei mesi l’anno, ed in quei mesi Demetra farà tornare florida la vegetazione (primavera ed estate). Nei mesi in cui invece tornerà negli inferi, calerà nuovamente il freddo e il sonno della natura.

 

Gli inferi rendono la fanciulla Kore una donna matura, regina dell’oscurità, che comanda i suoi sudditi ed è capace come il marito di severità e crudeltà.

Presto si innamora realmente di Ade, ha piacere del sesso, le piace la vita appassionata. Diventa gelosa, vendicandosi delle sue rivali, e adultera, innamorandosi di Adone. Vive la sua doppia esistenza alternando la realtà di moglie e di figlia, in un equilibrio di donna-fanciulla che rende possibile l’alternarsi delle stagioni.

 

 La nostra Ade

Ognuno ha dentro di sé la propria Ade, il mondo sommerso dell’oscurità, dell’inconscio. In termini psicologici, Ade è l’inferno della nostra parte nascosta, il luogo misterioso di noi stessi, l’ombra: invisibile, inaccessibile alla conoscenza, forse mostruosa e comunque innominabile, inavvicinabile.

Senza volerlo, la preserviamo gelosamente: essenza profonda della nostra esistenza, luogo assoluto della nostra verità, è  un nucleo vulnerabile, appetibile ai predatori, prezioso.

 

I devoti temevano di nominare il dio degli inferi con il suo nome. E’ il terrore archetipico di guardare dentro i nostri abissi, al punto da non nominarlo, da non pensarci. L’inferno è misterioso e pericoloso, pieno di ricchezze intoccabili, forse mortali. Innominabile, inconcepibile nella sua natura profonda, irraggiungibile per il pensiero, sfuggente al simbolo.

 

Ade è il gemello oscuro e potente di Zeus, che rappresenta la legge immutabile dell’ineffabile. Zeus è il simulacro della legge fallibile, discutibile, emblema del diritto inteso come legge degli uomini. Ade è la verità della morte che nasce insieme alla vita. La legge divina della natura che si oppone alla legge degli uomini, simbolica; la legge divina non conosce simboli, ma verità profonde (6). Ogni cosa vivente porta il seme della morte, ineluttabilmente.

Ade non impone una morale (principio maschile, patriarcale) agli uomini; non è interessato a punire gli uomini che commettono peccati contro altri uomini o legati ad istinti o desideri. Lui stesso è un rapitore ed uno sfruttatore, che abita il regno della passione e della lascìvia. Egli incarna il materno, e punisce chi non rispetta le leggi divine della natura, ovvero chi tradisce se stesso e la sua verità profonda. Quanto più l’individuo si allontanerà da se stesso, tanto più la sua anima sarà perseguitata.

 

Ade non può essere percepito né pensato: egli “è”, presente nell’esistenza come qualcosa di dato, ma nascosto, interno. E’ la verità assoluta di noi stessi che non può essere percepita perché non può essere simbolizzata, resa pensiero né parola. E’ un’immagine vaga, fluttuante, evanescente ed oscura e tuttavia intrinseca all’esistenza, connaturata all’essere.

 

E’ un regno oscuro, eppure pieno di ricchezze inesauribili. E’ un mondo potente, accogliente e prezioso: la fonte di ciò che di più prezioso c’è nel mondo. Originariamente, era un regno ancestralmente matriarcale, dove la morte è la naturale continuazione della vita e la giusta trasformazione dell’energia; si oppone alla visione patriarcale della morte come evento nefasto provocato da Satana e dal male.

Col tempo e con il susseguirsi delle ere, si diede molto più spazio a Zeus, relegando l’Ade a regno oscuro sotterraneo del male e del terrore, dimenticandone gli aspetti ricchi e floridi.

La verità di noi stessi è terrificante, misteriosa. Eppure è il nostro pozzo vitale. Ade non è un dio malevolo, anzi nella sua severità e crudezza è la risposta all’essenza dell’esistenza, che non è barattabile con nessuna possibilità. La verità è una, inequivocabile: è questa la severa intransigenza di Plutone.

Di fronte alla verità non ci è possibile restare nel regno del simbolo e della luce, essa è sotterranea, inaccessibile, e vederla segna un non ritorno: al cospetto di Ade, egli sarà crudele e non permetterà il ritorno nella luce. Soltanto i poeti e gli eroi possono avvicinarsi a dialogare con le ombre. L’Ade è la follia, il contatto con i nuclei profondi dell’inconscio e del rimosso, dove non ci sono significanti ma solo significati perforanti. Bion li chiama “oggetti beta”, bizzarri, senza forma, mostruosi nella loro impossibilità di trovare un significato. Il nostro inferno è pieno di non-forme, di emozioni confuse, potenti, aggressive nel loro esplodere all’improvviso, senza significato, senza controllo. Sono spaventose, ma anche affascinanti, seducenti. Vorremmo fuggire dalla verità, ma essa è sempre lì, costante, presente, senza nome, senza soluzione. Una sinfonia di voci confuse, di sensazioni laceranti, che non hanno colore, non hanno nome.

Crediamo che il nostro inferno sia avulso a noi, scotomizzabile, e così diviene il serbatoio delle nostre parti scisse, degli impulsi emotivi soffocati dall’educazione e dalla cultura. Gli “oggetti beta” divengono i residui malefici del peccato e della colpa, i sotterranei della nostra esistenza luminosa e corretta: acquistano un senso, un significato pensabile. Gli inferi non sono più il luogo della verità, della ricchezza non ancora sviluppata, la scintilla divina in contatto con l’essere, ma di ciò che è inaccettabile, orribile.

 

Kore rappresenta la purezza di un’esistenza che non conosce la profondità degli abissi. La sua storia racconta di come sia possibile accedere alla verità e continuare a vivere alla luce.

Ella è ingenua, pura, vergine. Non conosce individualità, essa è pervasa dalla figura materna che le impedisce qualsiasi individuazione. Kore non ha nome,  non è nessuno, se non una fanciulla che sconosce se stessa. Compiacente verso la madre e ignara della sua esistenza autonoma.

La sua vita superficiale viene interrotta da uno stupro, una penetrazione violenta e inaspettata, che la trascina nella realtà sotterranea ed oscura, la camera nera di ciò che era sconosciuto e che la trasformerà, irreversibilmente. Ade la possiede, e con l’amore interrompe la verginale visione del mondo: egli è il principio della trasformazione, l’archetipo del cambiamento e della morte. Muore Kore, nasce Persefone: Kore non tornerà mai più, non esisterà più. Ella ha conosciuto la verità, e questo l’ha resa donna, femmina, consapevole del piacere, dell’amore e del dolore, della morte e della paura, per sempre.

Kore/Persefone non può opporsi: il dio nero accede a lei con violenza, la violenza della vita che si impone all’individuo e lo costringe ad espandersi verso la verità di se stesso. La invade, ed ella dovrà cedere. Lo stupro è violento, arriva incontrollabile, incurante della paura e del dolore. Ma dopo lo stupro, Kore conosce se stessa, e diventa consapevole dell’ombra e del desiderio.

Persefone si allontana dalla madre per diventare adulta. E’ l’archetipo della donna che abbandona il mondo incantato e protetto della fanciullezza per realizzare se stessa.

Regina degli inferi, può tornare dalla madre periodicamente. Conosce il buio e la luce, la morte e la rinascita, l’inverno e la primavera. Essa ora è completa, le sue ombre sono luce e la sua fanciullezza è eterna, anche nell’oscurità. Abita le sue passioni senza perdere la luminosità e la leggerezza della sua anima. Vive nell’equilibrio tra la conoscenza e l’inconoscibile.

 

Ade è il difensore delle leggi di natura. Quando gli uomini si allontanano da esse, egli le vendicherà: quando un individuo  dimentica se stesso, la vita lo porterà a ritrovarsi con la violenza della rivoluzione e della crisi. Chi si perde, dovrà morire per rinascere. Il confronto con il vero Sé può portare alla follia, ma è l’unica strada per rispettare se stessi e non cadere delle ire di Ade: Persefone non fu subito una regina felice, ma attraversò un periodo terribile di forte depressione, che incarnava il dolore della perdita di un mondo incantato, che non sarebbe mai più tornato. La sua guarigione è l’acquisizione del simbolo: ella riuscirà a dare un senso alla sua esperienza, il senso dell’amore e dell’evoluzione.

 

I nostri inferi sono il nostro mondo interno profondo, inaccessibile alla conoscenza. La discesa in esso è dolorosa, terrificante; non vi è garanzia di restarne illesi, eppure è l’unico modo per completare la nostra esistenza in un dasein autentico, integrato.

Plutone è il dio della crisi, e per questo anche del cambiamento, inteso come avvicinamento a Sé.

 

 Potere e Creatività

L’Ade non è solo il luogo delle nostre ombre rimosse e brutali, è anche il giardino segreto delle potenzialità e delle ricchezze.

Il Potere è un forte simbolo del dio degli inferi, inteso come “poter fare”, come energia e possibilità, come ad-gressività, che ha a che fare con la realizzazione di sé e del proprio esser-ci. E’ un’energia appartenente al maschile, all’Animus. Ade è potente perché è profondamente vicino alla verità, fino a coincidere con essa. Il suo potere si identifica con l’obbedienza alle leggi della natura, di cui è il difensore assoluto. Niente a che fare con la moderna concezione del potere, né della morale: entrambi si rifanno alle leggi fallibili dell’uomo, rappresentanti di una volizione superficiale e condizionata dalla cultura. Il Potere plutoniano è l’essere in contatto con la propria verità e manifestarla al mondo, attraverso la propria esistenza. E’ essere la propria verità, incarnarla nell’azione, trasformarla in potenza fenomenica.

 

Il Potere è un principio trasformativo, che è anche Creatività. Ade incarna il potenziale creativo inteso come profonda obbedienza alla vita, che è imprevedibile, in movimento continuo, soggetta a cambiamenti improvvisi a cui l’individuo deve adattarsi senza preavviso.

Essere creativi vuol dire accettare in sé il germe dell’evoluzione di sé, dell’ineluttabile lutto del passato e della morte di parti di sé. Vuol dire accogliere il pensiero nuovo, che stronca la rassicurazione delle certezze abitudinarie e culturali, verso nuove possibilità, nuove letture di sé nel mondo. Il potere creativo ci permette di accedere con coraggio alla nostra essenza, per rispettarla, farla parlare, farle esprimere i suoi bisogni. Il coraggio necessario è tanto, perché i nostri bisogni profondi non coincidono mai con il regno dei vivi, della società, della cultura. Dobbiamo far morire le nostre certezze per fare emergere la verità, e senza il potere trasformativo della creatività siamo persi, in un baratro senza soluzione, dove lottano istinti e repressione.

 

 La licenza dei poeti

Come si raggiunge l’Ade? Tutti gli anfratti, le caverne, le fenditure della terra o della roccia, crateri, fosse, crepacci, sono possibili ingressi. Il nostro inconscio ha i suoi crateri, fatti dell’irruzione incontrollata di emozioni, paure, angosce, sensazioni fisiche incontrollate, che ci fanno precipitare nell’abisso di noi stessi. Nella caduta non restiamo mai indenni. Quasi sempre segue la morte di una parte di noi, e poi una rinascita, con la perdita di ciò che eravamo. Possiamo anche restare negli abissi, abbracciando la follia della nostra verità che non trova alcuno spiraglio simbolico, che non diventa conoscenza, luce. Oppure possiamo vivere una vita i superficie, senza ma avvicinarci agli anfratti pericoloso del terreno.

Oppure, diventiamo frequentatori abituali.

Presso i Greci, si pensava che soltanto gli eroi e gli artisti potessero avvicinarsi alle ombre, avere accesso all’Ade senza morirne. Essi erano portatori della sacralità della verità, e conoscevano i riti sacrificali per avvicendarsi nelle tenebre.

L’arte, la poesia: unico contatto con il nostro sotterraneo. Bruciano, ma non uccidono. L’artista vive in uno stato di morte-vita costante, è sempre ad un passo dall’inferno, in un’incessante andata e ritorno. Portatore di verità universale, trascende se stesso, e lo fa nel paradosso: toccando il proprio reale. La poesia trasforma la verità soggettiva e la rende universale. Ma come abbiamo detto il reale non po’ essere guardato in faccia. Come Medusa: se lo guardi negli occhi ti pietrifica. La poesia ha il dono dell’ “approssimazione (7)”, che rende la verità accessibile alla coscienza:

 

O vergini, o demòni, mostri, martiri, grandi spiriti spregiatori della realtà, assetate d'infinito, devote o baccanti, piene ora di gridi ora di pianti,

o voi, che la mia anima ha inseguito nel vostro inferno, sorelle, tanto più vi amo quanto più vi compiango per i vostri cupi dolori, per le vostre seti mai saziate, per le urne d'amore di cui traboccano i vostri cuori.

(Da “Donne dannate”, C. Baudelaire)

 

La trasformazione poetica dell’Ade in Arte, è la Rêverie. E’ il passaggio intermedio prima de i simboli, che rendono tutto significante. Siamo ancora nella zona dell’intuito, dell’insight. Gli eroi e gli artisti sono dotati del coraggio folle del genio, che ama nuotare nelle acque di fuoco, sapendo di bruciarsi ma certo di non avere altra possibilità d’esistenza.

Ne riparleremo più avanti, al prossimo capitolo.

 

 

 Dio ambivalente

Gli inferi regnati da Ade non sono associabili all’Inferno della concezione Cristiana. Quest’ultima ha scotomizzato i due regni del bene e del male, associandoli al Paradiso e all’Inferno quali luoghi ospiti delle anime defunte. L’Ade è nello stesso tempo la destinazione di tutte le anime, alle quali saranno riservati trattamenti diversi, a seconda della vita terrena. Il giudizio non sarà morale, ma essenziale: coloro che avranno in vita rispettato la loro verità, saranno premiati per l’eternità: a loro è concesso un antro dove regna il piacere e il benessere. Coloro che si sono in vita allontanati da se stessi, espieranno il dolore della noia e dell’oscurità.

Ciò che per ognuno sia “il proprio Sé”, non è affare che lo interessi. Egli stesso è contraddittorio: amorevole e violento, stupratore e amante delicato, avaro e generoso, ospitale e crudele.

Le sfumature della sua essenza sono molteplici quanto lo sono quelle del nostro mondo a-razionale: i concetti chiari e la coerenza appartengono alla ragione della vita culturale, l’inconscio non conosce costanza, né conformità a regole di alcun tipo. La nostra parte primitiva, preverbale, è lunatica, capricciosa, risponde a bisogni prettamente connessi al qui e ora, pronto a ribaltarsi da un momento all’altro, a seconda dell’urgenza del bisogno o dell’istinto del momento.



1 Aïdoneus: quello che non si vede

2 Ploutôn: quello che arricchisce

3 Pylartes : colui che chiude le porte